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Salute e lavoro

Indisposto è l'insegnante

Di Maurizio Imperiali, tratto dal sito "www.fondazioneiard.org"
Gli alunni non sono i soli a poter risentire psicologicamente delle negatività del sistema scolastico. Infatti, gli insegnanti, lungi dall'essere una categoria privilegiata, soffrono in misura rilevante di disturbi psichiatrici indotti dalla professione, molto più di altre categorie (impiegati, operai) e della popolazione generale. Lo rivela un interessantissimo studio italiano, primo firmatario Vittorio Lodolo D'Oria, in pubblicazione sul numero di settembre-ottobre della rivista la Medicina del Lavoro.
Lo studio, chiamato Golgota, fa seguito a un'altra indagine, Getsemani, che aveva dimostrato nella categoria l'elevatissima percentuale, sempre tra gli insegnanti, di casi di burn-out, cioè quel disagio psicologico e sociale che induce a disaffezione e apatia il lavoratore. "Soltanto che il burn-out non è un disturbo psichiatrico riconosciuto nel DSM IV (il manuale che è alla base della diagnosi psichiatrica moderna) e quindi non viene tenuto in considerazione dagli psichiatri" spiega il ricercatore. Lo studio Golgota fa un passo avanti, e va a esaminare le patologie psichiatriche riconosciute, come i disturbi dell'umore (depressione, ansia) e gli altri. L'indagine è stata condotta tra i lavoratori iscritti all'INPDAP che hanno presentato alla commissione di Milano domanda di inabilità al lavoro: un totale di 3447 pratiche relative a 774 insegnanti, 651 impiegati, 1556 operatori manuali e 466 operatori sanitari.

Un dato che non dipende da sesso ed età.

Ed è qui che c'è stata la conferma: tra gli insegnati la prevalenza di patologie psichiatriche è il 49.8% mentre tra gli altri iscritti all'INPDAP si "fermava" al 23.9%: in altre parole, se si è insegnanti il rischio di ammalarsi di patologie psichiatriche è più di 2 volte superiore a quello degli altri lavoratori. Il dato non cambia se si tengono presenti altri fattori che di solito modificano il rischio. Per esempio, il sesso, visto che già di norma nella popolazione femminile i disturbi depressivi sono molto più diffusi: nel campione di insegnanti gli uomini e le donne presentavano la stessa incidenza di disturbi psichiatrici. Analoghi risultati per l'età. Non c'erano nemmeno differenze significative tra insegnanti dei diversi ordini di scuole: materna, elementare, media e superiore. Insomma, la differenza la fa l'essere insegnante. Peraltro queste non sono le sole malattie che colpiscono più frequentemente i docenti: anche i tumori hanno un'incidenza maggiore, pari al 14, 2 contro l'8.4% nelle altre categorie professionali, con un rischio relativo pari a 1.69.
Insomma il dato è piuttosto evidente, e non si tratta di una questione territoriale: "L'indagine è stata condotta a Milano, ma un'analoga ricerca condotta a Torino, oggetto di una tesi di laurea in via di pubblicazione ha dato risultati assolutamente sovrapponibili" aggiunge il dottor Lodolo.

Una tendenza che dura e continuerà

Questa è la conferma di una tendenza in atto da lungo tempo. "Ancora nel 1979, quando gli unici antidepressivi disponibili erano quelli, come i triciclici, poco maneggevoli e quindi prescritti soltanto dal neuropsichiatra, un'indagine commissionata dalla CISL all'Università di Pavia aveva sottolineato come al 30% degli insegnanti fossero prescritti psicofarmaci". E' lecito supporre che nel frattempo la tendenza sia andata aumentando. Del resto, una delle risposte, sbagliate, che vengono attuate quando si presenta il burn-out è proprio il ricorso al farmaco come tampone. Al crearsi di questa situazione hanno contribuito diversi fattori: c'è una generale sottovalutazione del ruolo dell'insegnante da parte della società: basti pensare al luogo comune dei "tre mesi di ferie" e dell'orario di lavoro ridotto quando invece gli insegnanti sono stati tra i primi a sperimentare l'invasione del tempo privato da parte delle incombenze professionali (correggere i compiti a casa, per esempio). Poi valgono anche ragioni legate all'organizzazione del lavoro stesso: il peso che ha il precariato, che ormai si prolunga per anni, il succedersi di riforme spesso contrastanti per metodi e obiettivi, il divario tra programmi e risorse e altro ancora. Secondo gli autori della ricerca il fenomeno sembra destinato a espandersi ed è urgente che si provveda ad agire di conseguenza, per esempio cominciando a conoscere più approfonditamente la situazione e divulgando il fatto, misconosciuto anche dai medici, che gli insegnati hanno malattie professionali specifiche e che le più diffuse sono quelle psichiatriche. Si parla, si ricordi, di un milione di lavoratori che hanno a che fare con sette milioni di scolari: non sono numeri da prendere alla leggera.



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Salute: le allergie nascono in ufficio o a scuola

A scatenare la rinite polvere, finistre chiuse ed edifici vecchi

Aule e uffici, ambienti ad alto rischio per chi soffre di allergia respiratoria, in particolare di rinite. Almeno secondo il 95% degli italiani che considerano questi ambienti "pericolosi" perchè ricchi di polvere, umidità e di altri elementi a rischio come tendaggi, moquette, poltroncine in tessuto e impianti di condizionamento poco controllati. A rivelarlo è un'indagine condotta su 1750 italiani, studenti e impiegati, da Gfk-Eurisko in collaborazione con la Fondazione Charta e la Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, per conto di Schering-Plough.

Secondo gli intervistati solo il 5% degli uffici e delle aule scolastiche non ha alcuna condizione di rischio allergico, il 13% ne ha una, il 47% ne ha 2 o 3, il 35% raggiunge o supera le quattro condizioni di rischio. Ambienti poco salutari che determinano un aumento dei disturbi respiratori. Problemi che possono portare pesanti ripercussioni sull'attività professionale e sullo studio: sempre secondo l'indagine, chi soffre di allergia vede scendere del 30% la propria capacità produttiva e, per tre pazienti su dieci, l'allergia provoca la perdita di oltre due giornate lavorative l'anno.

Una maggiore attenzione ai luoghi di studio e lavoro, in cui si passano molte ore della giornata, sembra emergere anche dalle rilevazioni della ricerca. Solo il 17,8% dei gestori degli ambienti ha svolto indagini per conoscere la percentuale di allergici e una persona su due ha dichiarato che l'azienda o la scuola non hanno messo in atto misure o iniziative per ridurre quei fenomeni in grado di determinare allergie.

"È fondamentale - è l'appello di Carlo Filippo Tesi, presidente di Federasma - arrivare ad abbattere le 'barriere allergologichè in modo che i pazienti con allergia respiratoria, già penalizzati dalla patologia, non siano trattati anche dallo Stato come cittadini di serie B. Attualmente nessun dispositivo di legge obbliga ad arredare uffici e scuole evitando l'impiego di moquette, tappeti, tendaggi, poltroncine e divani imbottiti, ovvero di arredi che possono risultare insopportabili per il soggetto allergico".

Da "La StampaWeb" -15/10/2006